I 3 giorni di permesso di cui alla Legge 104/92: il figlio che si occupa dalla madre in situazione di handicap grave

Tony – Il dirigente scolastico della scuola in cui insegno, ieri mi faceva pervenire  una lettera in cui dichiarava che il sottoscritto non può usufruire dei  benefici dell’art. 33 della legge 104/92 in quanto la domanda non era stata  accettata. La medesima domanda l’ho presentata anche negli ultimi 4 anni  scolastici ed è sempre stata accettata in quanto mia madre è affetta da  handicap grave. Mio fratello e mia sorella dichiarano per iscritto di non poter  assistere mia madre per motivi di lavoro e residenza. Il DS quest’anno afferma  che il coniuge di mia madre ossia mio padre di 75 anni, non risulta totalmente  inabile (sentenza corte costituzionale n233/2005) e che lo stato di totale  inabilità deve essere dimostrato. Chiedo se da quest’anno sia cambiata la  normativa. grazie.

Paolo Pizzo – Gentilissimo Tony,

il nuovo articolo 33, comma 3, della legge 104/92 (art. 24, comma 1, lettera a) Legge 183/2010 art. 6 del D.L.vo 119/2011) afferma che i soggetti legittimati (che hanno diritto, non che “possono chiedere” o “possono ottenere”…) sono il coniuge, parente o affine entro il secondo grado, ovvero entro il terzo grado qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti .

Tutta la normativa è stata poi ripresa, con alcune utili precisazioni, dalle circolari della Funzione Pubblica n. 13 del 6 dicembre 2010 e n. 1 del 3 febbraio 2012 per i dipendenti pubblici; e dalle circolari INPS n. 155 del 3 dicembre 2010 e n. 32 del 6 marzo 2012 per i dipendenti privati.

Il punto 3 della circolare della Funzione Pubblica n 13/2010 sopra citata afferma:

nell’innovare la disciplina sulla legittimazione a fruire i permessi, non ha menzionato i requisiti della continuità e dell’esclusività  dell’assistenza che quindi non sono più esplicitamente previsti dalle disposizioni in  materia. La legge ha però espressamente stabilito che il diritto alla fruizione dei permessi “non può essere riconosciuto a più di un lavoratore dipendente per l’assistenza alla stessa persona con handicap in situazione di gravità.”. Con tale prescrizione è stato perciò ripreso in parte e tipizzato il concetto di esclusività dell’assistenza, limitandolo alla regola secondo cui i permessi possono essere accordati ad un unico lavoratore per l’assistenza alla stessa persona. In base alla legge, quindi, viene individuato un unico referente per ciascun disabile, trattandosi del soggetto che assume “il ruolo e la connessa responsabilità di porsi quale punto di riferimento della gestione generale dell’intervento, assicurandone il coordinamento e curando la costante verifica della rispondenza ai bisogni dell’assistito.”(così il Consiglio di Stato, nel parere n. 5078 del 2008)”.

La stessa circolare al punto 5 lettera a e b afferma che i presupposti oggettivi per il riconoscimento dei permessi sono:

che  la persona in situazione di handicap grave non deve essere ricoverata a  tempo pieno e che c’è stata l’eliminazione dei requisiti della convivenza, della continuità ed esclusività dell’assistenza.

Il punto 7 che, a corredo dell’istanza, l’interessato deve presentare dichiarazione sottoscritta di responsabilità e consapevolezza dalla quale risulti che:

  • il dipendente presta assistenza nei confronti del disabile per il quale sono chieste le agevolazioni ovvero il dipendente necessita delle agevolazioni per le necessità legate alla propria situazione di disabilità;
  • il dipendente è consapevole che le agevolazioni sono uno strumento di assistenza del disabile e, pertanto, il riconoscimento delle agevolazioni stesse comporta la conferma dell’impegno – morale oltre che giuridico – a prestare effettivamente la propria opera di assistenza;
  • il dipendente è consapevole che la possibilità di fruire delle agevolazioni comporta un onere per l’amministrazione e un impegno di spesa pubblica che lo Stato e la collettività sopportano solo per l’effettiva tutela dei disabile;
  •  il dipendente si impegna a comunicare tempestivamente ogni variazione della situazione di fatto e di diritto da cui consegua la perdita della legittimazione alle a gevolazioni.

Pertanto, richiamata tutta la normativa in materia e quindi evidenziato che la Legge fa esclusivo riferimento al fatto che deve essere individuato un unico referente per ciascun disabile (cfr. pareri n. 24/2011 e n. 32/2011 del Ministero del Lavoro), trattandosi del soggetto che assume “il ruolo e la connessa responsabilità di porsi quale punto di riferimento della gestione generale dell’intervento, assicurandone il coordinamento e curando la costante verifica della rispondenza ai bisogni dell’assistito”, il fatto che tuo padre non risulti inabile o che gli altri familiari dichiarino o meno che non si possono occupare del parente in situazione di handicap grave, è ormai irrilevante.

Bisogna quindi che indichi i riferimenti normativi al Dirigente, soprattutto i pareri del Ministero del Lavoro, e che sia chiaro che la nuova legge ha introdotto il principio secondo il quale i permessi possono essere riconosciuti ad un solo lavoratore dipendente per l’assistenza alla stessa persona disabile (salvo che si tratti di un figlio con handicap in situazione di gravità nel qual caso spetta a entrambi i genitori), non richiedendo altro che questo, più, ovviamente, le dichiarazioni che prescrivono il punto 7 della circolare della Funzione Pubblica, fra le quali non risulta che il coniuge del disabile debba essere totalmente inabile e debba quindi dichiarare di non potersi occupare del disabile.

Pertanto, ti spettano i 3 giorni e a mio avviso il Dirigente ha torto anche nella motivazione del diniego: la sentenza a cui fa riferimento non è riferita ai 3 giorni al mese ma al congedo biennale.

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