Interruzione di gravidanza dopo i 180 gg.: i diritti della dipendente

Giuseppina – Gradirei cortese risposta a quanto di seguito illustrato e richiesto: dopo 6 mesi di sofferta gravidanza, ho perso il bimbo che aspettavo. Sono stata collocata in congedo maternità per tre mesi, allo scadere del quale dovrei riprendere servizio. Tuttavia, le sofferenze patite non mi consentono detto rientro. DOMANDA: l’ulteriore assenza (successiva ai 3 mesi) devesi considerare “semplice malattia”, oppure “malattia determinata da complicanze gravidanza”, e, pertanto, non cumulabile con precedenti periodi di malattia? In attesa di  cortese, quanto urgente, risposta, porgo distinti saluti.

Paolo Pizzo – Gentilissima Giuseppina,

ai sensi del Messaggio INPS n. 9042 del 18 aprile 2011 l’interruzione spontanea o terapeutica della gravidanza che si verifichi a  decorrere dal 180° giorno (compreso) dall’inizio della gestazione è da considerare parto, con  conseguente riconoscimento – previo accertamento degli altri presupposti e requisiti di legge – del  diritto al congedo di maternità ed al correlativo trattamento economico previdenziale.

La dipendente in questo caso dovrà essere collocata in congedo di maternità “post partum” per tre mesi dal giorno successivo a quello dell’aborto (non avrà comunque diritto ai riposi per l’allattamento, al congedo parentale e alla conservazione del posto di lavoro sino all’anno di vita del bambino. Tutte tutele che sono invece previste per la lavoratrice nei casi di vivenza del bambino).

Nel caso in cui l’interruzione di gravidanza viene considerata parto a tutti gli effetti, decorsi i tre mesi di assenza obbligatoria dal lavoro, se le condizioni di salute della lavoratrice non le consentono di riprendere servizio, l’assenza sarà considerata come dovuta a malattia derivante dallo stato di  gravidanza.

Tali assenze non sono computate nel periodo massimo previsto dalla normativa contrattuale per la conservazione del posto.

Pertanto, tali giorni rientrano nella “malattia determinata da gravidanza” e non saranno computabili nel periodo massimo previsto dal Contratto Scuola, per la conservazione del posto di lavoro.

Giova comunque ricordare che ai sensi dell’art. 2, D. Lgs. n. 119/2011 (modifica all’art. 16 del D. Lgs. n. 151/2001), nel caso di interruzione spontanea o terapeutica della gravidanza che si verifichi a  decorrere dal 180° giorno (compreso) dall’inizio della gestazione o di decesso del figlio alla nascita o durante il congedo di maternità, le lavoratrici hanno però la facoltà di riprendere in qualunque momento l’attività lavorativa, con un preavviso di dieci giorni al datore di lavoro (bisogna essere in presenza di un’esplicita rinuncia della  lavoratrice al diritto di fruire del periodo di congedo di maternità post-parto), a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla loro salute.

Viene dunque meno il divieto di adibire la donna al lavoro, ma solo se in contestuale presenza di una sua esplicita rinuncia e dell’attestazione che rileva l’assenza di controindicazioni alla ripresa dell’attività lavorativa.

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