Maternità: il periodo di flessibilità del congedo può essere interrotto dalla dipendente

Daniela  – Sono insegnante di ruolo e sono attualmente nell’ottavo mese di gravidanza e ho scelto di avvalermi della flessibilità 1+4 lavorando fino ad un mese prima del parto. Ora però mi trovo nell’ultima settimana di servizio e non mi sento più in grado di continuare, perciò ho comunicato in segreteria l’intenzione di interrompere il periodo di flessibilità tre giorni prima del termine. La segreteria mi ha detto che non si può fare e che comunque perderei tutti i giorni lavorati, come se fossi andata in obbligatoria 2+3. Io non credo sia corretto, anzi, sapevo che il periodo poteva essere interrotto in qualsiasi momento e che i giorni lavorati sarebbero stati conteggiati. Cosa devo fare? É vero quello che mi hanno detto a scuola? Ringrazio anticipatamente per la cordiale attenzione. Distinti saluti.

Paolo Pizzo – Gentilissima Daniela,

ai sensi dell’art. 20 del D.L.vo n. 151/2001 è consentita la flessibilità del congedo di maternità, istituto secondo il quale, ferma restando la durata complessiva del congedo di maternità, le lavoratrici possono posticipare l’astensione dal lavoro all’ultimo mese precedente la data presunta del parto ed estendere, quindi, il periodo di congedo post-partum da tre a quattro mesi, previa attestazione medica dalla quale emerga che tale scelta non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro.

Il posticipo può avvenire nel limite minimo di 1 giorno e fino a un massimo di 1 mese.

L‘inps con circolare 152/2000, in linea con la n. 43/2000 del Ministero del Lavoro, ha precisato che Il periodo di flessibilità, quand’anche questa sia stata già accordata ai sensi delle disposizioni di cui alla legge n. 53/2000, può essere successivamente ridotto (ampliando quindi il periodo di astensione ante partum inizialmente richiesto), espressamente, su istanza della lavoratrice, o implicitamente, per fatti sopravvenuti.

Tale ultima ipotesi può verificarsi -in linea del resto con quanto previsto al punto a) della circolare ministeriale in questione- con l’insorgere di un periodo di malattia, in quanto ogni processo morboso in tale periodo comporta un “rischio per la salute della lavoratrice e/o del nascituro” e supera, di fatto, il giudizio medico precedentemente espresso nella certificazione del ginecologo ed, eventualmente, in quella del medico competente.

Sempre l’INPS, anche dopo l’entrata in vigore del T.U. 151/2001, con circolare 139/2002 conferma:

La flessibilità del periodo di congedo ante partum richiesta e già accordata secondo le descritte modalità, può essere successivamente oggetto di totale o parziale rinuncia su espressa richiesta della lavoratrice o, implicitamente, per fatti sopravvenuti (ad esempio, di tipo morboso, che facciano quindi venir meno il requisito sub a), ampliando di nuovo quindi il periodo di astensione lavorativa fino al massimo di due mesi.

 

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