Interruzione di gravidanza dopo il 180° giorno

Silvia –  Buongiorno, Mi chiamo Silvia e vi scrivo per conto di una mia amica e collega che ora per complicanze di salute non vi può contattare. Vi spiego la situazione. La mia collega/amica si trovava a casa in maternità, fino al 30/12/2016 è stata in aspettativa senza assegni, poi dal 31/12/2016 ha trasformato la sua aspettativa in in maternità a rischio. Dopo però 28 settimane e 4 giorni, cioè a 200 giorni in totale ha dovuto partorire per assenza di battito cardiaco del bambino. Quindi il feto era ormai di fatto già bambino e i 180 giorni erano già stati superati, ora ciò che rimane da chiarire e a cui non sanno dare risposta ne’ il sindacato, ne’ la segreteria della scuola d’appartenenza, è se il diritto della maternità obbligatoria che le spetta è pari a 3 o a 5 mesi. Inoltre altra cosa che non si riesce a capire, è se le spettano o meno i giorni di lutto familiare. Grazie  saluti cordiali.

Paolo Pizzo – Gentilissima Silvia,

la normativa di riferimento è l’art 19 del T.U. 151 il quale sancisce che l’interruzione della gravidanza, spontanea o volontaria, nei casi previsti dagli articoli 4, 5 e 6 della legge 22 maggio 1978, n. 194, è considerata a tutti gli effetti come malattia.

Secondo la legge si determina questa differenza:

  • Se l’interruzione avviene entro il 180 º giorno di gestazione dà diritto al solo trattamento di malattia, rimanendo, quindi, escluso che la lavoratrice possa usufruire del trattamento di maternità;
  • Se l’interruzione avviene dopo il 180 º giorno dall’inizio della gestazione, la lavoratrice può usufruire del congedo di maternità post-parto di tre mesi dal giorno successivo a quello dell’aborto. In questo caso, infatti, l’interruzione di gravidanza viene considerata parto a tutti gli effetti. Non dà però diritto al congedo parentale.

Il vostro caso è il n. 2.

Ulteriori chiarimenti sono contenuti nel Messaggio INPS n. 9042 del 18 aprile 2011 il quale precisa che l’interruzione spontanea o terapeutica della gravidanza che si verifichi a decorrere dal 180° giorno (compreso) dall’inizio della gestazione è da considerare parto, con  conseguente riconoscimento – previo accertamento degli altri presupposti e requisiti di legge – del  diritto al congedo di maternità ed al correlativo trattamento economico previdenziale.

Pertanto, la dipendente in questo caso è collocata in congedo di maternità “post partum” per tre mesi dal giorno successivo a quello dell’aborto (non avrà comunque diritto ai riposi per l’allattamento, al congedo parentale e alla conservazione del posto di lavoro sino all’anno di vita del bambino. Tutte tutele che sono invece previste per la lavoratrice nei casi di vivenza del bambino).

Decorsi i tre mesi di assenza obbligatoria dal lavoro, se le condizioni di salute della lavoratrice non le consentono di riprendere servizio, l’assenza sarà considerata come dovuta a malattia derivante dallo stato di gravidanza.

Giova comunque ricordare che ai sensi dell’art. 2, D. Lgs. n. 119/2011 (modifica all’art. 16 del D. Lgs. n. 151/2001), nel caso di interruzione spontanea o terapeutica della gravidanza che si verifichi a  decorrere dal 180° giorno (compreso) dall’inizio della gestazione o di decesso del figlio alla nascita o durante il congedo di maternità, le lavoratrici hanno però la facoltà di riprendere in qualunque momento l’attività lavorativa, con un preavviso di dieci giorni al datore di lavoro (bisogna essere in presenza di un’esplicita rinuncia della  lavoratrice al diritto di fruire del periodo di congedo di maternità post-parto), a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla loro salute.

Viene dunque meno il divieto di adibire la donna al lavoro, ma solo se in contestuale presenza di una sua esplicita rinuncia e dell’attestazione che rileva l’assenza di controindicazioni alla ripresa dell’attività lavorativa.