Coniuge che lavora all’estero. Quanti anni di aspettativa?

Anna  – Salve, sono una docente di scuola primaria. Ho un contratto a tempo indeterminato. Mio marito ha intrapreso un nuovo lavoro all’estero per conto di un ente non statale. Potrei conoscere il riferimento normativo che regola la possibilità di richiedere periodo di aspettativa? Nello specifico avrei bisogno di sapere per quanti anni posso usufruire di questo diritto. Grazie

Paolo Pizzo – Gentilissima Barbara,

la legge di riferimento è la n. 26/1980.

Secondo tale legge  l’impiegato dello Stato, il cui coniuge presti servizio all’estero (anche per soggetti non statali), può chiedere di essere collocato in aspettativa qualora l’amministrazione non ritenga di poterlo destinare a prestare servizio nella stessa località in cui si trova il coniuge, o qualora non sussistano i presupposti per un suo trasferimento nella località in questione.

L’aspettativa  può avere una durata corrispondente al periodo di tempo in cui permane la situazione che l’ha originata. Essa può essere revocata in qualunque momento per ragioni di servizio o in difetto di effettiva permanenza all’estero del dipendente in aspettativa.

L’aspettativa è senza retribuzione.

Pertanto, basta farne richiesta indicando gli estremi del lavoro del coniuge e si è collocati in aspettativa per tutta la durata del lavoro del coniuge all’estero.

Ti ricordo che l’art 3 di detta legge dispone che il tempo trascorso in aspettativa non è computato ai fini della progressione di carriera, dell’attribuzione degli aumenti periodici di stipendio e del trattamento di quiescenza e previdenza.

L’impiegato che cessa da tale posizione prende nel ruolo il posto di anzianità che gli spetta, dedotto il tempo passato in aspettativa. 

Pertanto durante l’aspettativa non maturati né punteggio, né continuità di servizio né ovviamente progressioni stipendiali.

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